La grande fuga dei diplomatici afghani
Il ministero degli Esteri afghano ha richiamato 104 diplomatici dalle ambasciate all’estero per la normale turnazione del personale. Soltanto quattro sono tornati in Afghanistan. Gli altri cento sono rimasti dove sono, perché temono la fine del presidente Hamid Karzai nel 2014 e con lui il minimo di protezione di cui godono in patria. Soprattutto, temono il ritorno dei talebani a Kabul, sono tutti parenti sistemati nelle ambasciate afghane in giro per il mondo dai politici più potenti attorno a Karzai e – racconta lo Spiegel che per primo si è accorto della storia nell’ambasciata di Berlino – vorrebbero essere raggiunti fuori dai parenti, e non viceversa.
24 AGO 20

Il ministero degli Esteri afghano ha richiamato 104 diplomatici dalle ambasciate all’estero per la normale turnazione del personale. Soltanto quattro sono tornati in Afghanistan. Gli altri cento sono rimasti dove sono, perché temono la fine del presidente Hamid Karzai nel 2014 e con lui il minimo di protezione di cui godono in patria. Soprattutto, temono il ritorno dei talebani a Kabul, sono tutti parenti sistemati nelle ambasciate afghane in giro per il mondo dai politici più potenti attorno a Karzai e – racconta lo Spiegel che per primo si è accorto della storia nell’ambasciata di Berlino – vorrebbero essere raggiunti fuori dai parenti, e non viceversa. La storia è stata smentita dal governo, ma i problemi di sicurezza ci sono. Ieri un corteo di auto militari si è presentato al cancello principale del palazzo del presidente Karzai – quello usato soltanto dai dignitari di rango più alto – due macchine sono riuscite a passare, poi un soldato si è accorto che una carta d’identità era falsa, era un attacco preparato meticolosamente dai talebani per infiltrarsi nella zona di massima sicurezza della capitale. E’ seguito uno scontro a fuoco furioso. I talebani hanno anche assaltato il vicino hotel Ariana, che ospita la stazione locale della Cia – e anche gli agenti americani si sono difesi sparando.
Il problema non è che i talebani attaccano il palazzo anche se nel frattempo sono coinvolti in trattative di pace a Doha, in Qatar, perché questa dello sparare e del negoziare allo stesso tempo è una prassi di guerra, anche gli americani continuano le operazioni militari. Piuttosto il problema è che la scommessa sul futuro di Kabul sta diventando così rischiosa che la classe dirigente non scommette più sulla fase che seguirà al ritiro degli americani. Gli unici che restano attaccati con tenacia alla loro linea aggressiva sono i talebani: quello di oggi è il decimo attacco suicida nell’ultimo mese. Abbastanza per sedersi ai negoziati senza sentirsi quelli in svantaggio.